sabato 13 febbraio 2010

Ad un non cOMUNISTA


Se ti ritieni comunista soltanto perchè il marxismo, rappresentando un certo impianto filosofico, presenta una sua complessità ed un determinato fascino intellettuale, sei assolutamente libero di esserlo.
Ma io, invece, a differenza della tua vanità intellettuale, sono comunista perchè desidero fermamente l'emancipazione del proletariato dalla borghesia. Desidero ardentemente che ogni condizione di "sfruttamento dell'uomo da parte dell'uomo" sia completamente annullata. Desidero una VITA migliore per tutti quei lavoratori salariati che, per coltivare l'ingente ricchezza altrui, quella dei borghesi, sono condannati ad una vita di stenti e di miseri riconoscimenti. Desidero, dunque, un mondo dove l'uomo (l'operaio) non sia costretto a VENDERSI per sopravvivere.
Desidero un mondo più giusto, socialmente equo.
Desidero, in una parola, il comunismo.
Io sono comunista perchè voglio il comunismo.
Quindi, caro amico, e non compagno, fatti da parte e lasciaci tingere di rosso questo mondo fin troppo nero.

La storia la fanno i vincitori


Tutti si ricordano ed amano ricordare le morti dovute al comunismo, sia esso cinese, russo, cambogiano o vietnamita. Nessuno, però, in perfetta malafede, rammenta le migliaia e migliaia di morti dovute all'imperialismo sfrenato dei primi anni del novecento. Nessuno ricorda la dignità delle popolazioni africane ed asiatiche, calpestata dall'arroganza britannica, francese, tedesca e, soprattutto, statunitense.
Dignità che l'imperialismo continua tutt'oggi a calpestare, come accade in Afghanistan e in Iraq.
Purtroppo la storia la fanno i vincitori.
Spero solo che, in un futuro prossimo, possiamo riunirci tutti insieme e, con le lacrime agli occhi e la mente aperta, ricordare, in una speciale "giornata della memoria", tutte quelle povere ed anonime persone che hanno perito sotto il famelico scettro dell'imperialismo. Lo spero.
Lo credo. Vedo rosso.....

giovedì 11 febbraio 2010

L'unione




Un pezzo di pane secco e ammuffito. Un bicchiere di latte scaduto e fetido. I due si ritrovano in una piazza spaziosa ma brulla.
Parlano. Scherzano. Ridono. Stanno bene.
Ad un tratto, improvvisamente, il pezzo di pane si tuffa nel bicchiere di latte.
Il pane assorbe tutto il liquido latteo.
Il pane secco diventa morbido ed assume un fuglido colore biancastro.
Adesso il latte ed il pane sono un'unica cosa. L'unione fa la forza e, soprattutto, annulla tutto ciò che c'è di malvagio, orrendo.

mercoledì 10 febbraio 2010

Il regno dei cieli


Gesù (altro che anarchico) è il più grande aristocratico della storia. L'essenza della sua parola è piuttosto chiara: "Sottomettervi tutti uniti all'unico e immenso monarca, cioè Dio. Lui avrà pietà di voi".

sabato 6 febbraio 2010

Il gatto

Esco fuori. Accendo una sigaretta. Fumo e mi sento bene. Il dolore esistenziale, anche se solo per un momento, si placa. Il tabacco brucia e con esso i miei polmoni. Ogni boccata è un piacere e un dispiacere. La sigaretta è quasi finita. Il dolore torna lentamente. Non potrebbero inventare una sigaretta infinita? Sarebbe una perfetta soluzione al dolore che, fin dalla notte dei tempi, affligge noi poveri esseri umani. Esseri fragili, anche nella loro malvagità estrema.
La fragilità e la malvagità sono due facce della stessa medaglia. Anzi, la stessa faccia della stessa medaglia.
La sigaretta è finita. Il dolore torna. La fragilità e la malvagità....scendo in strada. Catturo un gatto. Lo ammazzo di botte. Raccolgo il suo piccolo corpo tumefatto, massacrato. Con estremo stupore e piacevole ammirazione mi accorgo che il piccolo animale è ancora vivo. Rantola. Un flebile lamento esce dalla sua bocca. "Muori bastardo!", urlo con rabbia. Lo sbatto violentemente a terra come un qualsiasi sacco di sabbia. La piccola testolina si apre. La materia cerebrale fuoriesce e si spande sul freddo asfalto brullo. La strada è vuota. Il gatto è morto. Era un cucciolo. Ho amputato la sua esistenza. Gli ho impedito la crescita. L'ho privato della dolorosa gioia di vivere. Gli ho tolto qualsiasi possibilità di vita. "Gatto di merda", dico malinconicamente, "non prendertela con me. Sono un uomo. Sono fragile. Devi comprendermi". Intanto il gatto è morto. Ed io sono vivo. Chi è più fortunato?

lunedì 18 gennaio 2010

Ricordo...

Una splendida ragazza, alta, gambe snelle, lunghi capelli biondi, pelle dolcemente bianca, linda e candida, occhi azzurri.
La madre non è da meno. Una fulgida donna bionda sui quarant'anni, statura medio-alta, carnagione scura. La sua è una pelle perfettamente abbronzata che restituisce al riguardanta un sentimento morbosamente erotico. Un erotismo che rasenta il pornografico tendente al sadismo.
Madre e figlia: due creature angeliche.
Purtroppo, esse non si trovano in Paradiso e nemmeno nel purgatorio e neanche in una chiesa.
Il loro luminosi fisici femminili sono ben lontani da un luogo ameno, adatto alla loro lucente bellezza.
Non il Paradiso, non il purgatorio, non la chiesa: ma dove si trovano? Dove le ho viste?

In ospedale. Reparto neuropsochiatria del "G.Salesi" di Ancona. Una sala d'aspetto fredda e vuota. E' sera.
Io sono un comune ricoverato. La cagione del mio ricovero è una crudele convulsione morfeica che mi aveva colpito qualche giorno prima, il 6 gennaio del 2003 per essere precisi.
Quella sera decisi di abbandonare l'angusta camera da letto per rifugiarmi nella sala d'aspetto del reparto, in compagnia di mia madre e di un ragazzo da me conosciuto in seno alla struttura ospedaliera.
Rammento che la mia camera era sita a pochi passi dall'inferno che tormentava un esserino appena nato. Un neonato era afflitto da un tumore al cervello che lo aveva accompagnato fin dalla sua nascita. Pianti e urla: il bambino non faceva altro. Un pessimo modo di venire al mondo.
Mi recai dunque nella sala d'aspetto. Avevamo intenzione di guardare la televisione.
La madre del mio novello ed estemporaneo compagno ci raggiunge. Siede con noi.
Le due angeliche creatura prima descritte irrompono nella stanza.
La donna abbronzata urla, impreca e bestemmia: vuole fuggire da quell'infame luogo qual'è l'ospedale.
La figlia ha un'età inferiore alla mia, eppure sembra cosi stupendamente adulta. La bella fanciulla parla continuamente ma a vuoto. E' affetta da un'incorreggibile patologia neurologica che la fa parlare a vanvera. E' una ridardata mentale. Cosi' avanti con il fisico ma altrettando indietro con la mente.
Lei parla da sola. Parla sempre. Sproloqui a non finire.
"Che senso hanno le parole che dice?", mi domando. Non riesco ad ottenere una risposta. Non posso afferrare il significato razionale delle parole enunciate dalla donna. Vocaboli, periodi che non potrei scrivere. E' difficile riportare ciò che non ha un senso neanche lontanamente intuito e intuibile.

La madre della fanciulla è molto arrabbiata. E' delusa dalla vita. Rinnega la vita. Fuma avidamente.
"Il fumo è il mio unico amico", dice convintamente, con le lacrime agli occhi.
La natura le ha dato una figlia tanto bella quanto vuota intellettualmente. La nostra bruta società non accetterà mai una minorata mentale, per quanto bella possa essere.
Non ' la natura ad essere crudele, bensi' la nostra civiltà.
La donna lancia una lunga e violenta invettiva contro i suoi cari, specialmente verso il marito che l'ha abbandonata(Come può un uomo lasciare una creatura cosi venusta?). Lei è sola, con una figlia malata. "Meglio fumare, fino a morire", cosi dice schiettamente.
Io, mia madre, il mio compagno e la sua rispettiva madre, ascoltiamo le frustrate parole della donna con una rassegnata disperazione. Siamo senza fiato. Sconvolti fino all'osso.
Il lungo monologo della donna si conclude. La figlia continua a sparlare.

Tra poco riceverò la visita di mio padre e di alcuni amici.

La madre e l'insana figlia se ne vanno.
Non le ho più riviste ma la loro immortale presenza non mi abbandonerà mai.
Hanno irrimediabilmente vessato la mia fragile anima.

Bozza per un progetto cinematografico....

Questa mattina, come di consueto, mi sono alzata in primissima mattinata, quando il sole non era ancora sorto, per fare il mio dovere.
Adesso sono sveglia.
Mi lavo la faccia. Mi pulisco le tette. Scorreggio. Mi lavo i denti e sputo nel lavandino. Piscio. Caco. Mi pulisco. Le mutande (bianche?) puzzano e sono sporche ma non le cambierò. Guardo le mie ascelle piene di peli. Li taglio. Non li taglio. Li taglio? No, non li taglio. Fanno sempre comodo, tengono caldo, specie d'inverno.
Oggi mi vesto bene. Maglia di pile nera, pantaloni eleganti di color marrone, scarpe sportive bianche. Capelli sciolti (c'è qualche nodo ma non fa niente, non mi danno fastidio!).
Salgo sul tram. Le porte si chiudono ermeticamente. Cala il buio. Un silenzio assoluto e assurdo opprime l'intero ambiente. I finestrini diventano completamente neri. Comincio ad aver paura. Mi sembra di essere chiusa in una piccola stanza in cemento armato, priva di luce e suono. Invece sono su di un tram che, forse, sta camminando sull'asfalto ruvido e tortuoso. Pezzi di merda, penso, è uno scherzo. Ma io non mi faccio prendere dalla paura.
Poi, improvvisamente, torna la luce e, con essa, la normalità. Sono arrivata a destinazione.
Mi alzo e, camminando per la passerella che taglia i sedili del tram ordinatamente disposti, passo davanti al posto di guida e, con estremo stupore, vedo che non c'è nessuno al volante. Il tram ha camminato autonomanente: uno scherzo ben organizzato, non c'è che dire.
Scendo. Il tram riparte ma, questa volta, l'autista c'è. E con esso una vastissima folla di clienti che occupa tutti i posti disponibili. Non capisco.
Mi trovo nel luogo dove, come di consueto, dovrò eseguire il mio dovere.
Il grande edificio bianco rettangolare mi attende immobile ma è proprio la sua condizione di stasi che lo rende incredibilmente inquietante.
Si avvertono dei rumori metallici, i soliti, che provengono dal suo interno. Suona una sirena. Dopo poco tempo esce un vasto gruppo di persone, perlopiù donne come me. Ridono, scherzano.
Ne entrano delle altre. Entro anche io. E' il mio turno.
Vorrei piangere, ma devo lavorare.